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CAPEZZOLI INTROFLESSI: IL PIERCING PUO' AIUTARE


Circa il 2% delle donne presenta una condizione di retrazione del capezzolo, monolaterale o bilaterale, che determina fastidi di natura estetica (soprattutto se solo uno dei capezzoli è retratto) e può interferire con il normale allattamento al seno. Il problema è normalmente congenito, ma in casi rari può essere conseguente a processi infiammatori o interventi chirurgici, ed è determinato dalla presenza di dotti galattofori troppo corti che, in pratica, trattengono il capezzolo verso la ghiandola mammaria impedendone la normale espansione verso l’ esterno. Comunemente indicata con la definizione di ‘capezzolo introflesso’, questa condizione è a volte descritta meno correttamente con i termini di ‘capezzolo cieco’ o ‘capezzolo invertito’.

Trattamenti chirurgici

Capezzolo introflesso bilaterale

Il trattamento forse più diffuso per il capezzolo introflesso è un intervento chirurgico di sezione dei dotti galattofori, che elimina la causa di retrazione. Sebbene la percentuale di successo di questa tecnica sia elevata, si tratta della soluzione più rischiosa per la possibilità di allattare al seno, che ne viene usualmente compromessa. Altri tipi di interventi chirurgici prevedono l’ allestimento di piccoli lembi cutanei e dermici alla base del capezzolo, determinando uno “strozzamento” che ne impedisca la retrazione; questi interventi hanno in genere effetti solo temporanei (se non vengono contemporaneamente anche sezionati i dotti) e possono determinare complicanze anche di un certo rilievo (in particolare, la rara eventualità di necrosi del capezzolo).

Trattamenti non chirurgici

Il principale trattamento non chirurgico impiegato per il capezzolo introflesso è l’ applicazione di una piccola “ventosa” (Niplette), che mantiene il capezzolo estroflesso aspirandolo verso l’ esterno. Per quanto semplice, questo tipo di trattamento va protratto per diversi mesi, ha un alto tasso di recidiva, non è molto ben accetto dalle donne (l’ apparecchio è visibile al di sotto dei vestiti) e presenta complicanze lievi ma assai fastidiose come l’ ulcerazione del capezzolo.

Trattamenti miniinvasivi

Risultato della correzione di capezzolo introflesso con piercing

Nel 2001 Erick Sholten ha descritto un trattamento innovativo per il capezzolo introflesso, basato sul principio dell’ espansione cutanea, che utilizza un metodo relativamente semplice ed anche alla moda per trattenere il capezzolo in posizione: il piercing. Con una semplice procedura in anestesia locale è possibile applicare un piercing di materiale e foggia adeguati senza compromettere la possibilità di allattamento al seno (è al limite anche possibile allattare con il piercing in posizione) e con risultati esteticamente gradevoli e funzionalmente soddisfacenti in genere apprezzati sia dalle donne che dai loro partner. Nell’ unica statistica al momento disponibile su questo tipo di trattamento (32 casi di capezzolo introflesso) non si sono verificate complicanze dovute alla procedura o all’ uso dell’ orecchino, ma non è stato possibile stabilire la durata della correzione dopo l’ eliminazione del piercing perchè… tutte le donne dello studio hanno deciso di tenerlo stabilmente! Si stima, tuttavia, che il piercing vada portato per un minimo di tre mesi.

Quale trattamento scegliere

Per la semplicità della procedura e l’ efficacia dimostrata, il piercing sembra essere al momento il trattamento consigliabile per tutte le donne con problemi di capezzolo introflesso. La scelta dell’ intervento chirurgico tradizionale resta riservata a chi non desidera allattare al seno in futuro e non riesca a tollerare l’ idea del piercing. L’ uso dei sistemi a ventosa (Niplette), infine, non sembra consigliabile in generale ed andrebbe riservato alle donne che, per qualsiasi motivo, non intendono sottoporsi a procedure invasive, neanche quando queste siano estremamente semplici come appunto è il caso del piercing.

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